14.11.2013

Il “Verdicchio” dell’Alto Adige

Il “Verdicchio” dell’Alto Adige

Uno dei territori (non solo vinicoli) per me più emozionanti è l’Alto Adige.

Non esiste stagione dell’anno in cui questa zona non affascini per i suoi colori e i profumi che sembrano arrivare direttamente dalle vette circostanti.

 

Le alpi si sa sono patrimonio mondiale dell’umanità, sono delle eterne opere d’arte, tuttavia anche la strada del vino offre veri e propri monumenti enologici.

Ho voluto conoscere meglio queste cantine e sono partito per una serie di assaggi.

 

E l’impressione che ne ho tratto è che ogni cantina propone svariate etichette, forse troppe, non è possibile scegliere per ogni cantina un sola etichetta e questo vale per l’intera regione: analizzando il vigneto Alto Adige nel suo insieme si fatica a riassumere una regione in un solo vitigno.

Manca la focalizzazione, soprattutto per i vini bianchi.

 

Chiacchierando con i produttori ho avuto l’impressione che in Alto Adige si voglia caratterizzare le varie sottozone definendone la propensione ad un vitigno piuttosto che un altro.  Qual è il vino preferito in Alto Adige?

Credo che la domanda vada posta partendo da un’altra prospettiva. Non si vuole trovare un vino preferito, ma ragionare sul suo significato, l’evidenza storica o culturale che esso riveste.

Quindi la domanda diventa: quale bianco rappresenta meglio questa zona?  Qual è il “Verdicchio” dell’Alto Adige?

 

Per rispondere a questo interrogativo ho preso l’auto e sono partito. Ho esplorato i territori più simbolici del vino altoatesino cercando di attribuire a ciascuna zona un determinato vitigno. Impresa ardua.  

Provenendo da sud, sono uscito a San Michele all’Adige ed ho cominciato a percorrere la Wein Strasse, la strada del vino, da Salorno diretto a Magrè.

Non si può cominciare meglio: Lageder, la cantina che qui ha sede, è una delle più premiate, tra le prime a comprendere l’importanza della biodinamica. Ho trovato incredibilmente interessante tutta la gamma dei vini assaggiati ma i due Cabernet Loewengang e il biodinamico Cor Romigberg sono straordinari per eleganza e personalità.

 

La mia “escursione” è proseguita verso nord toccando le seguenti destinazioni.

 

Il territorio di Egna si sta distinguendo per la produzione del Pinot Nero: in un ambiente idilliaco, come il Parco Naturale Monte Corno, già dal XIX secolo la produzione del Pinot Nero era famosa anche oltre confine. Impossibile non segnalare  Gottardi, il pinot nero di Gottardi risulta sempre tra i primi in classifica nelle degustazioni.

 

Termeno o Tramin (a seconda che siate italiani oppure tedeschi) per il Traminer. Le cantine più celebrate sono Hofstaetter e la cantina sociale di Tramin. La forza e l’espressività del Gewürztraminer del territorio di Termeno non ha paragoni e gli storici cru di Kastelaz, Sella (Kolbenhof) e Ronchi vengono sempre fuori con la loro qualità nelle degustazioni.

 

Caldaro, famosa anche  come luogo di villeggiatura, grazie all’azzurrissimo lago balneabile,  per tradizione si considera zona d’elezione di rossi come la Schiava coltivata nella DOC Lago di Caldaro.

Qui a Caldaro ho conosciuto l’agronomo della cantina Kettmeir. Questa cantina è stata tra le prime nella produzione di bollicine Metodo Classico in Alto Adige e mi hanno rivelato che in cantina stanno elaborando una cuvèe riserva, pronta però non prima di Natale 2015.

 

Ad Appiano associo  il Pinot Grigio, quest’anno la cantina San Michele Appiano ha riscosso bei punteggi con il suo cru Anger.

 

La splendida Bolzano vale una sosta anche solo per visitare il centro storico, ricco di locali che sorprendentemente hanno spesso un gusto internazionale. Appena fuori dal centro, nella piana alluvionale di Gries il Lagrein trova terreno vocato ad una qualità senza paragoni, uno dei miei preferiti è prodotto dalla cantina Muri Gries.

 

A Terlano ha sede la cantina sociale Terlan che forse è la mia cantina preferita in tutto l’Alto Adige. Qui più che altrove il terreno è composto da porfido con sabbia in superficie, terreno di antichissima origine vulcanica. Le radici delle viti si approfondano fino a 3-4 metri e dopo vent’anni vanno giù fino quasi alla roccia compatta. Un abbraccio della vite al terreno che i vini di Terlano riescono a restituire nei bicchieri grazie ad un lavoro che comincia nei vigneti. Questa è zona di Sauvignon molto longevi, io in cantina custodisco gelosamente un Sauvignon addirittura del 1992!

 

Ora torniamo alla domanda: quali sono i vini rossi o i vini bianchi rappresentativi di questa bella zona?

Venti anni fa i vini bianchi avevano un ruolo subordinato ai rossi, solo un quarto della superficie vitata era dedicata ai vini rossi, ma oggi la tendenza si è nettamente invertita e dalla fine degli anni 90 i bianchi altoatesini quali il Sauvignon, il Moscato Giallo, il Muller Thurgau, lo Chardonnay, il Gewurstraminer e il Pinot Bianco sono considerati i migliori d’Italia.

 

Nei vini rossi, senza dubbio, il vino che possiamo associare all’Alto Adige è la Schiava, vino prediletto dagli altoatesini, anche se rimasto schiacciato dal peso delle mode, che anche nel mondo del vino miete tante vittime.

 

Per il vino bianco il discorso è più complicato, tante sono le varietà di bianco coltivate. Oltre a quelle sopra citate i vignaioli hanno puntato negli ulti 15 anni anche a varietà “mitteluropee” quali il Sylvaner, il Riesling, il Kerner o Il Veltliner.

I risultati qualitativi sono sotto gli occhi di tutti: punteggi molto alti e riconoscimenti anche internazionali, ma il mercato richiede chiarezza. A livello di Marketing una gestione coordinata delle varietà a livello provinciale sarebbe vantaggioso per tutti.

 Anche Stephan Sölva produttore di un bellissimo Gewurztraminer chiamato Amistar, sostiene che “Se per i vini rossi il riferimento è la Schiava, fra i bianchi non esiste un suo omologo”

 

A questo punto decido io!

Io ho una mia personale propensione per il Pinot bianco, forse perché, esattamente come la Schiava, non ha conosciuto le alterne fortune delle mode enologiche. Un vino con un contegno e una finezza aromatica di natura personalissima che negli ultimi anni ha conseguito il maggior successo qualitativo trovando delle identità precise nei vari territori: affumicato nella Val Venosta, torbato nella zona di Appiano, fine e longevo a Terlano.

Quando infilo il naso in un calice di Pinot Bianco avverto quella territorialità che solo i vini più eleganti possono regalare.

Molti di questi vini sono nella carta del mio ristorante evi invito aprovarli

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